
A San Gaudenzio erano le sei e quarantasette del mattino e non stava succedendo niente. Ma proprio niente, niente, niente.
Era una situazione alla quale, nell’ultimo anno, gli abitanti si erano piacevolmente abituati; negli ultimi mesi di quella strana estate così calda, poi, sembrava quasi che il tempo si fosse fermato e il silenzio sembrava più “spesso”.
Nel dehor della trattoria dell’Argia c’erano cinque pensionati, sei caffè — perché il Berto era già al secondo — e una copia della Gazzetta aperta sul tavolino vicino alla finestra.
I gemelli erano ancora in vacanza a Ibiza (a far danni, diceva nonna Argia) e l’atmosfera era quieta e sonnolenta. La radio borbottava qualcosa sul tempo. Nessuno ascoltava.
Fu il cane del Nando ad accorgersene per primo.
Dormiva a terra, di fianco alla sedia del suo padrone, quando, senza una ragione apparente, sollevò la testa.
Dentro, al bancone, l’Ines smise di girare il cucchiaino nella tazzina.
«Avete sentito?»
Il Nando abbassò lentamente il giornale e si guardò intorno. Un’osservatore attento a quel punto avrebbe notato che cane e padrone avevano la stessa espressione sul muso: il naso all’insù, una lieve tensione che mostrava sensi all’erta per captare un qualche segno.
L’Argia, dietro il bancone, si immobilizzò con una tazza in mano. Gli occhi si allargarono e le sopracciglia si inarcarono.
«Cosa?»
«Non lo so.» rispose Ines tesa, immobile.
Per qualche secondo nessuno disse niente.
Fuori, San Gaudenzio sembrava esattamente come sempre. La piazza era vuota. Il campanile era al suo posto. Una Panda passò sulla provinciale senza provocare conseguenze degne di nota.
Eppure c’era qualcosa.
Una specie di vibrazione nell’aria.
«Temporale?» disse il Nando.
L’Argia guardò il cielo.
«Sereno.»
Il cane si alzò.
Nando impallidì.
«No.»
«No cosa?»
Lui guardò gli altri.
Poi guardò fuori dalla finestra.
«È tornata.»
Nessuno gli chiese chi.
Non ce n’era bisogno.
Da qualche parte, molto lontano da San Gaudenzio, una donna aveva appena aperto il computer.
L’Argia posò lentamente la tazza sul bancone.
«Oh, cazzo.»