
Nel momento in cui l’Argia se n’era uscita con quell’espressione decisamente colorita, nella Casa Più Buia di Via dei Ciliegi (Che Non Ha Ciliegie), il Notaio Malvisi stava sottolineando per la terza volta una clausola vessatoria in un contratto del 1987.
Era già vestito di nero, la cravatta viola aspettava sullo schienale della sedia, lucida e inquietante.
All’improvviso Malvisi si fermò e posò la matita. La tenda si era mossa.
Guardò la finestra. Non c’era vento.
Uno dei gufi aprì gli occhi.
Dal piano di sotto arrivò un colpo di tosse.
Malvisi sollevò lentamente lo sguardo.
«No» c’era sorpresa e incredulità in quel no, come se qualcosa fosse arrivato, completamente inaspettato, quando ormai aveva perso una qualche speranza.
Un altro colpo di tosse arrivò dal cortile, seguito dall’esplosione di un petardo. Gervasio stava uscendo.
Malvisi abbandonò il contratto sulla scrivania e si alzò per andare alla finestra. Strinse il davanzale con quelle unghie troppo lunghe che, secondo l’Argia, erano troppo lunghe per un essere umano senza secondi fini.
«È tornata!» ghignò, allegro quanto potrebbe esserlo un avvoltoio che ha appena avvistato un animale che ha iniziato a zoppicare.
Alla trattoria l’Argia sembrò rendersi conto di cosa le era appena uscito dalla bocca. Spostò lo sguardo sui pensionati e sulla Ines che la guardavano con un certo allarme dipinto sui volti e abbozzò un sorrisetto imbarazzato. In fretta si voltòper preparare il caffè, mettendoci una forzata attenzione che le permettesse di fissare la tazzina ignorando gli sguardi che ancora si sentiva addosso, nel silenzio sospeso del locale.
Si voltò e posò la tazzina sul bancone, guardando la Ines.
La Ines la guardò. «Per chi è?»
Argia si strinse nelle spalle. «Per nessuno.»
«E allora perché la metti lì?»
Lei lanciò uno sguardo all’amica di sempre. «Ines?»
«si?»
«Bevi il caffè.»
Alla Casa Più Buia di Via dei Ciliegi (Che Non Ha Ciliegie) Malvisi è ancora immobile alla finestra a scrutare il cielo.
Lentamente, si fa indietro, voltandosi verso il quadro che nasconde la cassaforte del suo studio. Sistema i polsini della camicia, prende la cravatta viola dallo schienale della sedia e se la annoda davanti allo specchio.
Da fuori arriva un altro colpo di tosse seguito dall’esplosione di un petardo. Gervasio oggi è particolarmente comunicativo, ma Malvisi non gli risponde. Radrizza il nodo e va ad aprire la cassaforte, dalla quale estrae qualche documento.
Attraversa la stanza e torna alla finestra.
Fuori, sopra i tetti di San Gaudenzio, il cielo è limpido. Il campanile segna le sette e cinque. In piazza, sotto i tigli, l’Argia sta servendo il secondo giro di caffè. Tutto sembra tranquillo.
Malvisi alza i documenti contro il cielo, come se stesse mostrandoli alle nuvole. Poi sorride.
Un sorriso lento, storto, decisamente incompatibile con qualsiasi intenzione lecita.
«A noi due»
Da qualche parte, Gervasio tossisce altre tre volte e parte una scarica di mortaretti, a suo modo festosa
A San Gaudenzio è iniziata un’altra giornata.