Da qualche giorno Malvisi batte le vie di San Gaudenzio con un’aria insolitamente allegra.
Oddio, nei limiti in cui Malvisi possa dimostrare felicità, sia chiaro.
Malvisi non può essere allegro come le persone normali. La sua allegria ha sempre qualcosa di sbagliato, di mefitico. Non necessariamente perché stia facendo qualcosa di terribile, ma perché persino le cose innocue che gli danno piacere rivelano che, dentro quell’uomo, qualcuno ha montato i sentimenti seguendo male le istruzioni.
Per esempio, diventa ilare quando qualcuno commette un errore burocratico. Gli portano un modulo compilato male e gli si illuminano gli occhi.
«Ha firmato nello spazio riservato all’ufficio.» Pausa. Sorrisetto.
«Che peccato.»
È praticamente il suo regalino di Natale.
Prova una gioia infantile per le clausole. Non per quello che gli permettono di ottenere qualcosa, ma proprio per la loro esistenza. Una subordinata particolarmente insidiosa può migliorargli la giornata. È capace di rileggersela la sera davanti al camino come altri rileggono una poesia.
Adora essere l’unico a sapere qualcosa. Quando in paese tutti discutono e lui possiede un’informazione che cambierebbe completamente la conversazione, diventa quasi radioso. Non dice niente. Si limita a bere.
È felice dell’ignoranza altrui.
Gli piacciono anche le piccole disgrazie innocue.
Comincia a piovere esattamente quando esce la processione? Malvisi guarda dalla finestra e si versa un dito di cognac.
Al Preside si rompe l’ombrello? Giornata eccellente.
Elvezio pesta una merda davanti al Municipio? Malvisi potrebbe addirittura mettersi a fischiettare.
Ama avere ragione. Soprattutto quando sarebbe molto meglio se avesse torto. «Ve l’avevo detto», per lui, non è una frase: è serotonina pura che inonda ogni neurone del suo cervello burocratico.
E, infine, si diverte moltissimo a essere detestato.
Argia lo fulmina con lo sguardo? Lui le fa un piccolo inchino.
Il Maresciallo gli dice: «Malvisi, non cominciamo»?
Sorge sulle labbra un sorrisetto.
Essere odiato conferma la sua convinzione di essere più intelligente degli altri.
Da qualche giorno, però, è addirittura diventato gentile.
E questo ha il potere di terrorizzare gli abitanti di San Gaudenzio.
Saluta tutti. Fa i complimenti all’Argia per il ragù. Offre il caffè al Berto. Augura una splendida giornata al Maresciallo. Una mattina viene persino visto cercare di accarezzare un cane che non gli ha fatto niente.
(Naturalmente il cane reagisce provando ad azzannarlo, ma questa — al momento — è solo una nota di colore.)

Per una sorta di riflesso pavloviano collettivo, a San Gaudenzio tutta questa allegria del Malvisi fa scattare uno stato di allarme diffuso.
Quella mattina Argia lo vide entrare nella trattoria sorridente e sentì un brivido correrle lungo la schiena.
«Cosa vuoi?» latrò secca, irritata soprattutto con sé stessa per quel brivido.
«Nulla, signora Argia. È una bellissima mattina.»
Nella trattoria calò il silenzio. Argia posò il mestolo.
«Elvezio.»
«Eh?»
«Chiama il Maresciallo.»
«Perché?»
«Il Malvisi è di buon umore.»
Il Notaio lasciò fiorire sulle labbra un risolino compiaciuto, fingendo che Argia stesse scherzando, che quello fosse soltanto il solito modo affettuoso con cui in paese lo prendeva in giro.
Nessuno, a San Gaudenzio, aveva mai avuto un modo affettuoso di prendere in giro Malvisi.
Al risolino seguì un sospiro soddisfatto. Poi il Notaio riprese a parlare con la voce più gentile del suo repertorio, un suono che indusse il cane del postino Amedeo a infilarsi sotto un tavolo uggiolando.
«Carissima Argia…»
La mano di Argia si mosse quasi per caso verso il coltello del prosciutto appoggiato sul bancone, mentre il resto della proprietaria della mano si irrigidiva nella tipica reazione degli esseri umani che, in caso di pericolo, si preparano alla lotta.
Malvisi abbassò gli occhi sul coltello.
Il suo sorriso si allargò appena.
«Sto aspettando un corriere che deve consegnarmi alcuni biglietti da visita. Mi sono permesso di indicare come recapito la trattoria, in modo da non correre il rischio che il corriere non mi trovi.»
Argia si limitò a stringersi nelle spalle, senza proferire parola.
Il Notaio annuì, a suo modo soddisfatto.
«Grazie infinite.»
Posò sul bancone una moneta da un euro, si voltò ed uscì dalla trattoria.
Argia fissò la moneta e decise che non l’avrebbe toccata nemmeno con un bastone lungo.
Per qualche istante nella trattoria regnò di nuovo il silenzio, rotto soltanto dal piagnucolio del cane di Amedeo, ancora nascosto sotto il tavolo.
Tutti seguirono con lo sguardo Malvisi mentre attraversava la piazza e si avviava in direzione della Biblioteca.
Fu proprio Amedeo a rompere il silenzio.
«Opporc… potevo dargli la posta finché era qui.»
Guardò sconsolato la propria borsa.
«Adesso mi tocca andare fino là. E pesa un accidente.»
Scosse la testa e arricciò le labbra in una smorfia.
«Se continuano a mandargli tutta quella carta dalla Fondazione Beneficiari Inconsapevoli, prima o poi gli viene giù la cassetta.»
Nessuno sembrò prestare particolare attenzione alle sue lamentele.
Argia tornò ai fornelli. Elvezio riprese il giornale. Il Berto domandò qualcosa sul Bologna e, poco alla volta, il normale brusio della trattoria ricominciò.
Quasi normale, almeno.
A un tavolino vicino alla finestra, il Preside Palmieri aveva smesso di leggere, anche se teneva ancora un dito tra le pagine del saggio, per non perdere il segno.
Guardò Amedeo.
Poi guardò attraverso la vetrata, verso Malvisi che si allontanava Abbassò gli occhi sul libro, ma rilesse la stessa riga tre volte senza comprenderne una parola.
Fondazione Beneficiari Inconsapevoli.
La cosa iniziava a infastidirlo.