Un anno fa una famiglia di Galliera mi aveva scritto chiedendomi di raccontare la loro storia. Lo avevano fatto con una preoccupazione che mi era sembrata molto chiara fin dall’inizio: non volevano che quello che stava accadendo al loro figlio diventasse una cosa normale, una di quelle situazioni che le famiglie dei ragazzi con disabilità finiscono qualche volta per accettare perché combattere ogni volta, contro ogni ostacolo, è terribilmente faticoso.
A., il loro bambino, era stato iscritto a un centro estivo a Galliera. Come gli altri bambini avrebbe potuto trascorrervi le sue giornate, partecipare alle attività, stare con i compagni e andare con loro alle uscite del venerdì. Ma A. ha una disabilità e per poter fare tutte queste cose ha bisogno della presenza di un educatore. L’Unione Reno Galliera aveva autorizzato 16 ore settimanali di assistenza educativa, distribuite però dal lunedì al giovedì. Il venerdì, giorno delle gite e delle uscite in piscina, restava scoperto.
Il risultato era molto semplice, al di là delle formule amministrative con cui lo si poteva descrivere: gli altri bambini il venerdì potevano andare in gita o in piscina, A. no.
Mamma Anna Maria e papà Giuseppe decisero che non era accettabile. Prima chiesero all’Unione Reno Galliera di garantire al figlio la possibilità di partecipare alle attività del centro estivo insieme agli altri, poi, non avendo ottenuto una risposta che risolvesse il problema, assistiti dall’avvocata Laura Andrao, si rivolsero al Tribunale di Bologna.
Nell’agosto dello scorso anno era arrivata una prima risposta, con l’ordinanza cautelare che aveva imposto all’ente di intervenire. Adesso, a distanza di un anno, è arrivata anche la sentenza di merito e dice che la battaglia dei genitori di A., Anna Maria Di Stefano e Giuseppe Lo Scrudato, era giusta.
La giudice Carolina Gentili, della seconda sezione civile del Tribunale di Bologna, ha stabilito che «la mancata partecipazione del minore (…) alle attività ricreativo/sportive del venerdì» costituiva una discriminazione indiretta.
Vale la pena fermarsi su questa espressione, “discriminazione indiretta”, perché racconta molto bene ciò contro cui Giuseppe e Anna Maria hanno combattuto.
La discriminazione, infatti, non è soltanto quella più evidente, quella che esclude apertamente una persona dicendole che non può entrare, partecipare o usufruire di un servizio. Può essere molto più sottile e può nascondersi anche dentro regole e modalità organizzative apparentemente neutre che, applicate a persone che partono da condizioni diverse,finiscono per produrre una disuguaglianza.
È proprio questo uno dei principi più importanti contenuti nella sentenza. La legge 67 del 2006 contro le discriminazioni delle persone con disabilità, afferma il Tribunale, non riguarda soltanto la scuola o la sanità, ma trova applicazione anche nei servizi ricreativi, sportivi e del tempo libero. E la discriminazione può derivare non soltanto dall’esclusione completa da un servizio, ma anche da un’organizzazione che consenta alla persona con disabilità di usufruirne in misura ridotta o meno efficace rispetto agli altri.
In altre parole, non bastava poter dire che A. era stato ammesso al centro estivo, ma ci si doveva chiedere se potesse davvero viverlo insieme agli altri bambini.
È una differenza enorme, soprattutto per chi si occupa di inclusione, perché sposta lo sguardo dalla presenza alla partecipazione. Un bambino con disabilità non è incluso perché il suo nome compare nell’elenco degli iscritti, se poi alcune delle esperienze che costituiscono la vita di quel gruppo gli sono precluse proprio perché non sono stati predisposti i sostegni che gli permetterebbero di viverle.
Un centro estivo è gioco, autonomia, relazione con i coetanei, scoperta, movimento, esperienza. Per un bambino fragile può essere anche un’occasione preziosa per continuare durante l’estate quel percorso di socialità e di relazione che la fine della scuola rischia altrimenti di interrompere.
Per questo, quando un anno fa avevo raccolto la storia di questa famiglia, mi aveva colpito il fatto che dietro una controversia apparentemente fatta di conteggi di ore ci fosse in realtà qualcosa di molto più grande: c’era una famiglia che chiedeva che il proprio figlio non fosse considerato inevitabilmente quello che può fare un po’ meno, stare un po’ meno, partecipare un po’ meno, semplicemente perché per consentirgli di fare le stesse cose degli altri occorre organizzare il servizio tenendo conto dei suoi bisogni.
La sentenza del Tribunale di Bologna oggi riconosce che, per quelle attività del venerdì, quella differenza non era inevitabile, ma era discriminazione. Ma, soprattutto, afferma un principio che può avere un significato anche oltre la vicenda di A.: il diritto delle persone con disabilità alla parità di trattamento non finisce con l’ultima campanella della scuola e non riguarda soltanto ciò che siamo abituati a considerare essenziale. Riguarda anche lo sport, il gioco, il tempo libero, le relazioni e tutte quelle esperienze che per gli altri bambini consideriamo semplicemente parte della vita.
Giuseppe e Anna Maria un anno fa hanno scelto di non accettare che per il loro figlio fosse normale essere escluso da una giornata importante della vita del centro estivo. Hanno scritto, insistito, discusso e alla fine si sono rivolti a un giudice, affrontando tutto quello che una battaglia del genere comporta per una famiglia che avrebbe già abbastanza da fare senza essere costretta a combattere anche per ciò che dovrebbe essere garantito.
Oggi possono almeno guardare quella fatica sapendo che è servita.
È servita ad A., perché nell’estate del 2025 l’intervento urgente del Tribunale ha costretto l’ente a rimuovere l’ostacolo che impediva la sua piena partecipazione alle attività. Ma è servita anche a lasciare scritto, nero su bianco, qualcosa che potrà essere utile ad altre famiglie: che l’inclusione non può essere soltanto dichiarata, deve essere resa concretamente possibile.
Di questa storia oggi ne hanno parlato:
Il Corriere della Sera Edizione Bologna
La Repubblica Edizione Bologna
Francesca De Frenza