
Bassa Padana, autunno 1478
Attilio De Gaudensis, il vecchio porco, stava tirando gli ultimi.
Giuditta esalò un sospiro leggero, alquanto ambiguo nel contesto di quella situazione, e si guadagnò così l’occhiata torva del fratello Filippo, seduto al capezzale dell’amico e compagno di una vita intera, nonché allegro socio di scorribande.
Alcuni tocchi sordi alla porta della stanza le consentirono di evitare rampogne assortite da parte del fratello. Giuditta andò ad aprire.
Era il Vicario di Galliera, chiamato per l’Estrema Unzione. Lo seguiva un notaio mandato a chiamare da Bologna, Anselmo Pantalonis, un uomo magro e severo che aveva percorso tutta quella strada senza mai separarsi dalla propria borsa di cuoio e, apparentemente, neppure dalla propria disapprovazione.
Dal letto, De Gaudensis mormorò qualcosa. Filippo annuì, si alzò, raggiunse la sorella, la prese per un braccio e la condusse fuori dalla stanza.
I due nuovi arrivati presero il posto dei fratelli accanto al letto del moribondo.
Attilio si tirò faticosamente a sedere e prese un respiro profondo prima di guardare i due uomini.
«Devo fare testamento» annunciò, cercando di infondere una nota volitiva nella voce un tantino roca.
Il Conte Attilio De Gaudensis era l’unico erede di una vasta estensione di terre della Bassa Bolognese, al centro della quale sorgeva la villa di famiglia, circondata dalle casette dei braccianti.
Rimasto orfano della madre Assunta, morta di parto quando lui aveva solo tre anni, aveva perso anche il padre Giuliano, che aveva contratto la malaria nelle risaie di famiglia ed era a sua volta passato a miglior vita quando Attilio aveva diciassette anni.
Scapolo impenitente, Attilio aveva come amici e compagni di scorribande i figli dei braccianti con i quali era cresciuto. Tra loro, sicuramente, Filippo era il più vicino.
L’amicizia aveva rischiato di guastarsi quando la sorella di Filippo era diventata un po’ troppo amica di Attilio, anche se le malelingue dicevano che fosse stato proprio Filippo a coinvolgerla nell’amicizia con il Conte.
Alla fine di un periodo di tensione, Giuditta annunciò che sarebbe andata a Bologna a sposarsi.
Quando tornò, aveva un bambino ed era vestita di nero, come una vedova.Nessuno a San Gaudenzio ricordava di aver mai visto lo sposo, ma all’epoca le comunicazioni con Bologna erano difficili e la discrezione, evidentemente, viaggiava molto più velocemente delle carrozze.
Giuditta, il fratello e il bambino andarono a vivere in un casolare a un paio di chilometri dalla Villa, verso Bentivoglio, e dopo qualche tempo l’amicizia tra Filippo e il Conte ricominciò come se tra i due non fosse mai corso cattivo sangue.
Filippo aveva inoltre ricevuto dal Conte l’incarico di portare un ventesimo di ogni raccolto a un convento che il vecchio Giuliano De Gaudensis aveva fatto costruire ai margini delle proprietà e donato alle Sorelle della Pia Rassegnazione. Una volta alla settimana il Vicario di Galliera vi si recava a celebrare messa.
Oltre al raccolto, nottetempo, di tanto in tanto Filippo portava al convento anche dei neonati, frutti indesiderati dei tanti amori del Conte.
Attilio, obbligato dalla volontà paterna a mantenere le religiose, aveva infatti ben pensato di calmierare la questione affidando alle stesse religiose anche l’onere di mantenere i suoi figli illegittimi.
Le Sorelle della Pia Rassegnazione, del resto, avevano ormai sviluppato una certa esperienza nel riconoscere il rumore della carrozza di Filippo nel cuore della notte.
«Al mio fraterno amico Filippo lascio la Ca’ Nova, che già occupa con la sua amata sorella Giuditta e il nipote Giacomino, con la stalla annessa e i terreni dietro di essa fino al torrente.
La Villa che è stata la mia dimora e tutti i terreni di mia proprietà sono devoluti ai miei braccianti. La Villa non sarà abitazione di nessuno di loro, ma sede per l’amministrazione delle case dei braccianti e dei terreni.
I braccianti e i loro eredi avranno diritto di abitare in quelle case, nonché di erigerne di nuove sui terreni. Ove si renda necessario costruire nuove abitazioni, i terreni saranno loro concessi affinché possano edificarvi, pur non divenendo mai di loro proprietà.
Avranno altresì diritto ai proventi dei raccolti, frutto del loro lavoro e della loro fatica.
Un ventesimo dei proventi dei raccolti sarà devoluto al convento delle Sorelle della Pia Rassegnazione, che costruiranno un orfanotrofio destinato al ricovero, al nutrimento e all’educazione dei fanciulli privi di famiglia.
Per onorare negli anni a venire la mia memoria, i braccianti e i loro eredi dovranno inoltre celebrare una festa per i bambini nell’ultima domenica di settembre, con giochi, dolci e sfilata di carri allegorici. La festa sarà presieduta da Giacomino di Ca’ Nova, nipote del mio fraterno amico Filippo, e, per le generazioni a venire, dai di lui figli ed eredi maschi.»
Attilio si interruppe.
Intercettò lo sguardo del Vicario di Galliera e si strinse nelle spalle. «Lo so… sto cercando di farmi dare uno sconto di pena quando mi presenterò a San Pietro.»
Il Vicario, che tutto sommato era un uomo di mondo e si riteneva già soddisfatto dal lascito alle suorine, fece spallucce.
Anselmo Pantalonis, invece, da bravo notaio quattrocentesco e quindi antenato spirituale della sciagura, alzò la testa dal documento che stava redigendo.
«E nel caso in cui le clausole non fossero rispettate, cosa accadrebbe?»
Attilio rimase in silenzio per qualche istante.
Il Vicario lo guardò.
Anselmo intinse nuovamente la penna nel calamaio.
Fuori, da qualche parte nella nebbia della Bassa, una cornacchia ebbe la discutibile idea di gracchiare proprio in quel momento.
Attilio ci pensò ancora un poco.
«Se le mie volontà non saranno rispettate, ogni mia possessione, terra, edificio e diritto divenga di legittima proprietà dell’Opera Pia delle Anime Abbandonate di Santa Cunegonda, affinché ne disponga secondo carità cristiana.»
Anselmo Pantalonis scrisse.
Il Vicario aggrottò appena la fronte.
«Santa Cunegonda?»
«Avevo promesso qualcosa anche a loro.»
Il Vicario lo fissò.
Attilio tornò lentamente a sdraiarsi.
«È una storia lunga.»
E, considerato che stava morendo, nessuno ebbe la cattiveria di chiedergli di raccontarla.